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A Tabula
Pentigeriana descrive l’itinerario Castello Amerino
– Tuder – Vetona- Perusia e completato a nord con
l’anonimo Ravennate (attraverso Eugubio – Luciolis –
Callis – Intercissa- Foro Sempronii), che
rappresenta l’antico tracciato della Via Amerina.
L’imperatore
Augusto divise l’Italia in 11 regioni; Perugia
faceva parte dell’Etruria, ovvero della VI Regione
Augusta. Con Diocleziano, al tramanto dell’Impero
Romano d’Occidente, La Tuscia e l’Umbria
costituivano una stessa provincia, anche se
mantenevano una distinta fisionomia; l’Umbria era un
punto di congiunzione importante tra Roma e Ravenna
(dove nel 402 Onorio aveva portato da Milano la
corte imperiale).
Le città di Roma
e Ravenna furono sedi vescovili dalla prima metà del
IV secolo, a testimonianza della diffusione del
Cristianesimo; infatti; le arterie principali erano
la Via Flaminia e la Via Amerina. Il V e il VI
secolo sono per questo territorio durissimi; basti
pensare al passaggio dei Visigoti di Alarico (409).
Dopo la fine dell’impero di occidente (476) Odoacre
mantenne nei territori italici, ridotti nelle
condizioni di province bizantine, le leggi e le
istituzioni romane. Alla fine del V secolo anche
l’Italia era diventata sede di un regno germanico,
con gli Ostrogoti, inviati dall’imperatore d’oriente
Zenone contro Odoacre.
Gli eventi
storici si verificano con una logicità dettata da un
susseguirsi di cause-effetto, concatenate fra loro:
Roma decade ma la “nuova filosofia” che essa ha
diffuso, quella del Cristianesimo, ha ormai
attecchito ed unisce in modo indelebile una serie di
popoli: se il focolaio bizantino rappresenta la
nuova potenza, esso per sostenersi deve rimanere
collegato alla “casa madre” che non può lasciar
morire; nasce così il Corridoio Bizantino,
che per essere protetto deve essere difeso nei
contorni periferici (e quindi nascono una miriade di
fortificazioni, tutte a vista l’una dall’altra e
costituite da torri di guardia, castelli, abbazie):
è molto probabile che Giomici, cittadella del
territorio di Valfabbrica, sia stata una torre di
guardia bizantina, mentre Valfabbrica, Gualdo Tadino
e Assisi erano in territorio gotico prima, e
longobardo dopo.
Durante la
dominazione gotica l’amministrazione civile rimase
romana e laddove l’amministrazione municipale era
cessata, rimaneva invece quella ecclesiastica, in
quanto i Vescovi conservarono gli stessi poteri
civili: la vita civile rimane romana, quella
militare diventa gotica; Teodorico era capo dei Goti
e dei Romani, in un quadro generale di armonia
romano-gotico; una parte del gettito fiscale
spettante all’amministrazione romana serviva dunque
per mantenere l’esercito gotico.
Città fortificate con presidi militari furono
Perugia, Spoleto, Todi, Orvieto. Con Teodorico
l’Umbria ebbe una discreta tranquillità (bonifica
delle paludi spoletine, restauro delle mura
spoletine, etc.). Alla morte di Teodorico (526)
inizia la guerra greco-gotica: nel 539 dominarono i
Bizantini, poi ci fu la controffensiva gotica, con
Totila, il quale fu crudele con le città che avevano
ceduto ai Bizantini (Sisifrido, capo del presidio di
Assisi, tentò di resistere ma con la morte dovette
arrendersi). Nel 558 Totila conquistò Perugia,
mandando a morte il vescovo Ercolano, e trattando
duramente la città. Fino al 553 l’Umbria fu
sottomessa ai Goti, cioè fin quando Narsete partì
alla controffensiva e sconfisse i Goti a Tagina (Gualdo
Tadino),riportando in Umbria il dominio Bizantino.
Con i Goti il potere dei Vescovi non era solo
religioso: infatti essi godevano anche di una certa
immunità civile. Vennero reintegrari i latifondisti
nelle loro proprietà; le città continuarono ad
essere amministrate dalla curia, con il “curator”
nominato dall’imperatore. Le città si trasformarono
in centri fortificati, fornendo rifugio alle
popolazioni del circondario.
Nel 568 arrivarono i Longobardi (con Alboino) e
trovarono un terreno facile, in quanto le città non
erano collegate da un potere centrale, con un
esercito centralizzato; molte città si allearono con
i Longobardi, rinnegando la fedeltà al potere
bizantino.
Alla fine del VI
secolo si ebbe la stabilità; l’esarcato bizantino,
che coesisteva con l’insediamento stabile
longobardo: quest’ultimo aveva rotto l’unità
giuridico-amministrativa della Tuscia e Umbria, e
già dal VII secolo il Ducato di Spoleto non era più
Tuscia. Il corridoio Bizantino era stretto dalla
morsa longobarda; ciò indusse i Bizantini a
fortificare i confini del territorio ad est, lungo
la linea che da Tadino scendeva lungo il Chiascio e
i Monti Martani, fino a Terni. La pressione
longobarda portava a continue lotte: nel 592 Ariulfo
conquistò Perugia e le città della Via Amerina; nel
593 l’esarca romano liberò tali città, ma alla fine
dello stesso anno Agilulfo riconquistò Perugia,
catturò il duca Maurizione e lo fece giustiziare;
nel 559 Gregorio Magno asserì, in una lettera, che
la Via Amerina era stata liberata, con una tregua
firmata nel 598, rinnovata nel 601 e nel 603.
Ducato bizantino
di Perugia e ducato longobardo di Spoleto:
Si inizia a
parlare del Ducato di Perugia nel 737 ma certamente
esisteva da prima. La Via Amerina rimase nel tratto
Todi-Perugia sempre libera consentendo di unire i
territori longobardi meridionali (Spoleto e
Benevento) con la parte a nord che aveva capitale a
Pavia; da Todi la Via Amerina seguiva i due
tracciati, quello di valle (da Marsciano sulla
sponda destra del Tevere) e quello di monte (da
Marsciano verso Cerqueto, S. Valentino, …),
tracciati che erano chiaramente protetti
dall’offensiva dei Longobardi, grazie al Tevere.
Attiva rimase l’attività dei vescovi spoletini
durante il ducato longobardo. Con Liutprando, eletto
nel 712, i Longobardi si convertirono al
cattolicesimo, ed i Vescovi assunsero anche una
veste giudiziaria.
Nel 680-681 tra
Bizantini e Longobardi si concluse una pace
importante, definitiva, che diede inizio al
processo di incorporazione della Chiesa nel regno
longobardo.
Nel 721-724 i
Longobardi del Ducato di Spoleto conquistarono
Narni, Otricoli (ma non Perugia, e senza
interrompere il corridoio bizantino) e la Via
Amerina, invadendo quindi il nostro territorio.
Nel 748 Rachi
(successore di Liutprando) assediò Perugia, salvata
da papa Zaccaria. Astolfo riprese le ostilità e nel
754 il papa Stefano II fu costretto a rivolgersi ai
Franchi (Pipino): dopo tale accordo Pipino sconfisse
Astolfo e riconsegnò al Papa i territori promessi
(tra cui Gubbio); con la donazione di Pipino nel 756
nasce il territorio dello stato pontificio, ovvero
il potere temporale dei papi, che mantenne la sua
influenza sul nostro territorio. A Valfabbrica
giunsero i Benedettini, che fondarono l’Abbazia di
S. Maria, bonificando anche i terreni di fondo
valle;con la bonifica dei terreni, provvidero anche
a quella delle anime. Regolarono il corso del fiume
con poderose dighe, e prosciugarono i fontanazzi
della valle, fino alla pianura (1100-1130: priore
era Saluccio, da cui la zona purificata si chiamò:
Piano di Saluccio). Così il monastero divenne ricco
e si trovò di fronte i piccoli feudatari del posto,
specialmente i conti di Casacastalda e Giomici, che
rivendicavano diritti su quelle terre e perciò
presero a compiere cavalcate nello stesso monastero.
Federico I pose il monastero sotto la propria
protezione (1177), per difenderlo dalle usurpazioni
dei conti Suppolini di Giomici: Eclesia de
Vallefabrica in comitatu Asisii. Questa zona si
ritenne sempre unita ad Assisi. Si rese così
necessaria l'erezione di un castello a difesa, anche
degli abitanti. La data di tale costruzione è
controversa. I nomi antichi di quel posto (guado-monastero-castello)
sono Vallis Fabrice, Vallem Fabbrican,
Vallisfabricae. Il primo documento riferito
alla località è un diploma di Lodovico il Pio, che
da Acquisgrana (820) riconobbe l'autonomia
dell'abbazia e del castello in vado Fabricae.
Con i Franchi
ebbe inizio l’epoca feudale, che segnò la fine del
sacro romano impero; l’Italia fu suddivisa in
statarelli, in preda all’anarchia; il nostro
territorio fece parte dello stato della Chiesa, fin
dopo il 951, quando tornarono i Germani con
Berengario II che venne incoronato re d’Italia; sia
lui che il successore, Ottone I, (che fu incoronato
a Roma nel 961) riconobbero i possessi del
pontefice. Con Ottone I i vescovi-conti dipendevano
direttamente dall’impero, e ciò avvenne fino al 1059
quando il Papa Nicolò II fissò l’elezione del papa
da parte dei cardinali; la guerra per le investiture
dei Vescovi-conti tra Papa e Imperatore durò però
fino al 1122, con il trattato di Worms, che diede
prestigio alla Chiesa, e segnò anche l’inizio delle
Crociate.
Nascono i comuni,
attorno ai “boni homines” cittadini, che ottennero
personalità giuridica nel 1183 con la pace di
Costanza, scegliendo l’autorità del papa (Guelfi) o
dell’imperatore (Ghibellini); nella guerra fra
Perugia ed Assisi (1202), parteciparono anche monaci
e castellani di Valfabbrica. Come è noto la
battaglia fu disastrosa per Assisi (cadde
prigioniero pure il giovane Francesco). Avendo
parteggiato alcuni di Valfabbrica per Perugia,
Assisi si rifece della sconfitta con estrema durezza
e impose agli abitanti di Valfabbrica condizioni
dure di soggezione. Nel 1205 Valfabbrica fu
distrutta dai perugini: Perugia volle la
sottomissione incondizionata di Valfabbrica,
sottoscritta dal priore Ugo del monastero. Distrutto
il castello dai perugini, gli abitanti si
rifugiarono nel monastero. Ma il castello fu presto
rifatto, nonostante la sottoscrizione del priore Ugo
e fu sottoposto all'autorità di Assisi (1206).
Nel 1183 Gubbio sottoscrisse l’atto di sottomissione
a Perugia guelfa;, nel 1211 Gubbio si rivolse
all’imperatore Ottone IV che cancellò l’atto di
sottomissione di Gubbio a Perugia; Giomici era
alleata di Gubbio e nel 1216 non accettò di
sottomettersi a Perugia, a differenza di Coccorano e
di Serra Brunamonti. Nel 1230, con la pace di S.
Gennaro, Gubbio tornò sotto la Chiesa, e così
Giomici, e nel 1237 tornò ad allearsi con Perugia.
Nel 1240 l’imperatore Federico II conquistò il
ducato di Spoleto e Gubbio tornò sotto l’imperatore;
ricominciò così la tensione con Perugia; nel 1258 i
castelli a sud di Gubbio, Coccorano, Biscina,
Petroia, ma non Giomici, si assoggettarono a
Perugia, e Gubbio li cedette con il lodo del 1259;
nel 1261 Gubbio tornò alla santa sede.
Nella nuova guerra tra Perugia ed Assisi (1319),
condotta per Perugia da Cante Gabrielli attorno a
Bastia, data l'energica difesa di questo castello,
furono saccheggiati i paesi vicini, tra cui
Valfabbrica, San Gregorio e Torranca. L'anno dopo,
avendo Assisi dato asilo ai ghibellini, Valfabbrica
si sottopose a Perugia.
Nel 1444 Nicolò Piccinino tentò, per conto di
Eugenio IV, di riprendere Assisi, occupata dallo
Sforza. I perugini del Piccinino si accostarono a
Valfabbrica, ma il castello chiuse loro le porte in
faccia. Il contado fu messo a sacco dal Pazzaglia.
Intanto i monaci avevano abbandonato il monastero di
Valfabbrica e gli abitanti si sentivano meno difesi,
tra gli appetiti di Perugia e del duca di Urbino,
signore di Gubbio. Per questo la comunità fece
richiesta al consiglio generale di Assisi, che
provvedesse a fortificare il castello: così i
tributi di alcuni anni passarono per l'esecuzione di
opere di difesa. Tra i due nemici, i più minacciosi
erano i Baglioni di Perugia, per cui Valfabbrica
alla fine chiese protezione al duca Guidobaldo I di
Urbino (1497). Valfabbrica costituì una specie di
zona franca fra Perugia, Assisi e il ducato di
Urbino.
Nel 1514, Leone X insistette affinché il duca di
Urbino restituisse Valfabbrica ad Assisi; ciò
avvenne l'anno dopo. Un solenne corteo di nobili e
di magistrati assisani, a piedi e a cavallo, il 29
maggio 1516, fecero solenne ingresso in Valfabbrica,
dove ci furono festose cerimonie, tra bandiere
azzurre, delle quali una fu regalata al castello.
Per questa operazione, Assisi pagò al papa 200
fiorini. Assisi da allora vi mandò vicari, che
governavano il castello in suo nome. Morto Leone X,
nel 1521, Francesco Maria di Urbino, invase le terre
della Chiesa e Valfabbrica fu unita al ducato di
Urbino per un secolo. Valfabbrica ebbe gli Statuti
comunali in questo periodo.
Gravi danni subì nel 1538 e 1539 dalle milizie di
Paolo III, quando vi sostarono in 10.000 e
distrussero ogni cosa, come ad Assisi. Seguì una
tremenda carestia. Dal 1586 fu fondato un piccolo
ospedale dei pellegrini o di S. Antonio, e un Monte
frumentario. Nel 1591 don Bernardino Rosati, lasciò
tutti i suoi averi per l'istituzione di una scuola
pubblica. Nel 1624 cessò la dominazione dei duchi di
Urbino, ma il ducato venne governato da un vescovo
inviato dalla Santa Sede e ciò durerà fino al 1631.
Poi il ducato passò direttamente allo Stato della
Chiesa. Per cui Valfabbrica fece parte della
delegazione apostolica di Pesaro e Urbino fino al
1815: Valfabbrica, nel territorio di Gubbio,
legazione di Pesaro. Nel 1815 fu unita alla
legazione di Perugia.
Fu comune retto da priori, con a capo un
gonfaloniere, nei primi dell'ottocento. Dopo il 1815
ebbe come comune appodiato, la comunità di Casa
Castalda, poi soppressa nel 1860. Nel 1929 furono
unite a Valfabbrica le frazioni di Coccorano,
Poggiomorico e Giomici, già del comune di Gubbio. Il
suo territorio comprendeva anche le frazioni di
Monteverde e Collemincio. I confini esatti tra il
comune di Valfabbrica e quello di Assisi furono
segnati l'8 aprile 1728.
Centro
agricolo-commerciale-artigiano, si presenta oggi con
le due torri medioevali, a merli guelfi, ed edifici
pubblici recentissimi. Il sigillo del comune è un
ovale con freccia perpendicolare (San Sebastiano) e
due mani, che si stringono (Assisi-Valfabbrica).
Tutto il resto è
storia nota.
In questa terra che è stata sempre terra di confine
e di lotta, che è stata oggetto nei secoli passati
sempre di guerre e distruzioni, di conflitti tra
Umbri ed Etruschi, tra Goti e Romani, tra Longobardi
e Bizantini, tra Guelfi e Ghibellini, la religione è
stata sempre l’elemento unificante: gli Umbri
insieme agli Etruschi adoravano le stesse divinità,
e poi il messaggio cristiano ha attecchito in modo
tale da scegliere questi siti come strade di
diffusione nel resto dell’Europa; Goti, Longobardi,
Franchi, chiunque governava con le armi questi
luoghi, è stato folgorato da questo messaggio che è
stato interpretato in vari modi, spesso anche
errati: il fraticello di Assisi, nella sua umiltà e
semplicità, ne ha colto e vivificato gli aspetti più
autentici, ed i suoi canti e le sue lodi sono giunti
fino a noi. |