COMUNE DI VALFABBRICA
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Coccorano

C 0 C C O R A N O (m. 440 slm.) 

L’origine del nome non si conosce. Coccorano non ha un agglomerato di case, è non è stato mai totalmente dipendente o collegato ad Assisi.
Il castello
risalirebbe agli inizi del feudalesimo in Italia, al tempo delle calate degli imperatori germanici. Fa fede dell’antichità del castello il testo di una iscrizione posta a fianco dell’altare maggiore dell’attuale Chiesa di Coccorano.

 La fondazione del castello risale da un tale Ranaldo, capostipite di una antichissima FamigliaEugubina che partecipò alle crociate sotto le insegne di Goffredo di Buglione. Nell’anno 1257, Ugolino un discendente di Ranaldo, venuto in discordia con i reggitori del governo di Gubbio, andò esule a Perugia dove poi i Conti di Coccorano assunsero il cognome di Bigazzini. Jacopo Bigazzini,fervente ammiratore di San Francesco, accolse spesso in Coccorano il Santo a cui donò Caprignone posto sull’alture che sovrastano il Chiascio. Alcuni storici francesi hanno avanzato l’ipotesi che Favarone Di Offreduccio di Bernardino, padre di Santa Chiara di Assisi, abbia abitato a Coccorano in occasione della congiura dei Raspanti, trovarono protezione e rifugio presso il Castello di Coccorano molti perugini scampati alla carneficina scatenata in Perugia nell’anno 1393 dalla fazione popolare. La torre di Coccorano molto ambita per la sua favorevole posizione di controllo della valle, venne molto contesa. Sorse una disputa tra Perugia ed Urbino, la firma di pace nella discordia avvenne nel Castello di Biscina. Divisa l’immensa proprietà terriera di un tempo, scomparsa la nobile stirpe dei Conti di Coccorano, ora resta se non il ricordo delle loro gloriose gesta.


Il castello primitivo e del sec. .XI, i suoi resti fanno supporre che in epoca non precisata, è stata ampliata, aggiornato nei modi di difesa e questo alla fine del sec. XIV o inizio del XV, sia per la torre che per le mura di cinta. Attualmente sull’alta ripa, che è visibile sulla destra del Chiascio, troviamo Belmonte, solida casa, le cui fondamenta costruite in pietra locale, testimoniano la presenza dell’antico castello.
La Chiesetta attuale, il cui titolare è S.Antimo, ha l’abside ad oriente, su cui è eretto il campaniletto a croce , non è distante dalle vestigia del castello.

 

 

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Collemincio

COLLE MINCIO    (m. 609 slm.)

Pare che sia sorto dal disfacimento della contea di Nocera, avvenuto a fina sec. X, con la discesa  in Italia  dell’ imperatore Ottone III. Il nome di Mincio parrebbe romano.  La prima volta che si trova in un documento del 1149.  Nel 1258 è richiamato da Alessandro IV  a sottostare  al ducato di Spoleto, e non disobbedire come Perugia, Gualdo Tadino e Casacastalda.

Nel 1279 uomini di Casacastalda sono obbligati a risiedere nel nuovo castello, Castel Perugino, ma non quelli di Collemincio, che, invece, lo saranno con la rubrica 135 degli Statuti Perugini del 1342..Perugia entra in possesso di questo feudo verso la fine del sec. XIII, il feudo viene concesso dai Frati Minori di Gualdo Tadino da un certo Tesco Ridolfi . Nel 1320 il castello è distrutto dagli Assisani e Perugia ordina ai castellani di riattarlo nella forma migliore possibile, anche con l’aiuto di uomini di altri castelli. Per gli Statuti di Perugia del 1342 e del sec. XVI, Collemincio è nella giurisdizione del castello di Casacastalda. Nel primo quarto di sec. XIV, in Collemincio, posseggono terreni i Conti di Schifanoia; passa il feudo in eredità ai Della Penna di Perugina, poi a Degli Oddi eredi Raniero di Bernardino.

Venendo ai tempi più recenti, sono i Signorelli di Perugia, che avranno in feudo, dalla S.Sede, Collemincio. Fin quando gli eventi bellici e politici precipitano, gli Austriaci hanno la meglio contro i Francesi, sicchè nel 1799 caduta la Repubblica Romana, a Perugia si crea un’imperiale reggenza, e al Comune di Casacastalda viene assoggettata anche la località di Collemincio.

Il Castello dipende da Valfabbrica dal 1929 con Giomici e Coccorano e Poggio Morico .La Chiesa è intitolata a S.Pietro, l’origine come il castello  parrebbe del sec.XII.

 

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Giomici

Giomici, un piccolo borgo tra Valfabbrica e Casa Castalda, formava un tempo assieme a Biscina, Caresto, Coccorano ed altri, il sistema difensivo di Gubbio al confine con Perugia; prima ancora fu sito strategico del Corridoio Bizantino, lungo la linea di difesa dall’invasione gotica e longobarda. Per questo Giomici ha avuto un ruolo di primaria importanza nella storia del XIII e XIV secolo, ed è stato teatro di scontri e continue conquiste e riconquiste da parte delle città-stato vicine.

Il Castello di Giomici è nominato varie volte anche in documenti medioevali: è stato nominato per la prima volta nel 1160 da Federico I, detto Barbarossa, quando furono stabiliti i confini tra le città-stato di Assisi e Gubbio; questo poiché nella guerra tra il 1140 ed il 1160 tra Assisi e Gubbio, Giomici era stato conquistato e saccheggiato da Assisi. Con il citato documento, Barbarossa, annetteva Giomici nuovamente a Gubbio.

Nella metà del XIII secolo, Giomici era annesso all’abbazia di S. Donato di Pulpiano, nel territorio di Gubbio, a seguito di una donazione di Federico I, il quale con un documento del 1163 riceveva la suddetta abbazia sotto la sua protezione.
Ottone IV il 14 novembre de 1211 donava alcuni castelli, tra i quali Giomici allo stato di Gubbio.

Nel giugno del 1240, a fianco del vescovo di Gubbio, l’abate del convento di S. Donato, cede a Monaldo di Suppolino Castrum Glomisci eius curiam totam, com hominibus servitii et utilitatibus.

Nel giugno del 1240, a fianco del vescovo di Gubbio, l’abate del convento di S. Donato, cede a Monaldo di Suppolino Castrum Glomisci eius curiam totam, com hominibus servitii et utilitatibus.

Dopo la guerra con Perugia, nell’aprile del 1258, Gubbio acquistò da Monaldo di Suppolino un palazzo ed una torre all’interno del borgo di Giomici. Nonostante questa vendita i discendenti di Monaldo da Suppolino mantennero alcuni possedimenti all’interno del borgo, ed in diversi documenti del tempo sono nominati come ‘Conti di Casa Castalda e Giomisci’.
Durante le guerre tra Perugia e Gubbio, Giomici ‘passò di mano’ varie volte, ma alla fine rimase, per molti secoli annesso a Gubbio.

Ser Guerriero di Gubbio racconta, nella sua cronaca, il seguente fatto che nel 1378 successe a Giomici: "… in quell’anno Senso de’Gabrielli prese il possesso di Giomici. Petruccio de Villamaiana si era rifugiato nella torre più alta e non voleva capitolare, allora fu abbattuta la torre e con lei Petruccio, che cadde sul tetto della casa a fianco…"

 Nel 1650 circa, il Castello di Giomici ed i terreni annessi, di circa 600 ha, divennero di proprietà della famiglia Vagni, originari di Lunigiana (a nord di La Spezia), le cui origini risalgono fino al 986, quando un certo Obizzo Vagni era proprietario di un castello con il quale aiutò Arduino d’Ivrea a combattere Arrigo.
Tra i Vagni troviamo illustri personaggi nel campo letterario e scientifico, come anche nell’esercito e nella chiesa.
La straordinaria collocazione del Castello di Giomici, situato lungo il Sentiero della Pace tra Assisi e Gubbio percorso da Francesco d'Assisi, nonché il suo essere stato un sito strategico del "Corridoio Bizantino" attraverso il quale la cultura romano-cristiana si è diffusa da Roma all'Europa continentale e a quella dell'Est, ne fanno un luogo ricco di riferimenti e di significati di grande rilevanza storico-culturale.

Il Castello di Giomici è sede dal 1991 dell'Associazione per la Promozione e la Gestione del Sentiero della Pace, associazione alla quale hanno aderito i comuni di Assisi, Valfabbrica e Gubbio, e che si prefigge di realizzare un percorso sulle orme dello spirito francescano tra Assisi e Gubbio, che sia luogo di incontro per esaltare gli ideali di pace nei rapporti tra gli uomini e l'uomo e la natura.

Il Castello di Giomici è anche sede dell'istituzione dei "Cavalieri della Pace", che qui è stata fondata da parte del Centro Internazionale per la Pace tra i Popoli di Assisi.

 

Dal 2005 il castello di Gnomici, nel mese di settembre, è punto di riferimento di un'iniziativa che coinvolge tutto il territorio, ed in particolare le città di Assisi, Gualdo Tadino, Gubbio, Perugia e Valfabbrica, in un incontro con tutte le città europee gemellate, alla riscoperta delle radici comuni, con manifestazioni culturali, momenti di riflessione e di svago.
La torre principale del castello di Giomici, con i suoi messaggi impressi all'inizio di ognuna delle numerose rampe che consentono di percorrerla in tutta la sua altezza, sintetizza il rapporto tra il luogo e la maestosità del Creato.

Nel castello di Giomici e dintorni si trovano varie strutture ricettive.
Nell'antico borgo del 1100 i proprietari hanno ristrutturato ambienti da destinare all'ospitalità di turisti, che sappiano apprezzare l'indimenticabile fascino di un soggiorno in tale contesto storico e naturale.

E quando la quiete più assoluta è lo scopo di vacanze, gli antichi casolari sparsi nella grande tenuta sono il luogo ideale per un soggiorno ristoratore. Tra i grandi filari delle vigne, o nella vastità dei prati dove liberi pascolano cavalli avelignesi e mandrie di bovini di razza chianina, il tempo assume dimensioni del tutto inusuali; si possono percorrere innumerevoli sentieri per fresche vallate o boschi ombrosi dove il tartufo è sovrano, o riposare all'ombra di una quercia secolare.

L'Umbria mistica ed artistica, con le sue città d'arte è a pochi minuti d'auto. La cucina di queste parti è tra le più gustose e genuine e può fare affidamento su un olio e su un vino che sono il vanto delle terre de Il Castello di Giomici e possono essere acquistati nel piccolo spaccio del borgo medioevale unitamente a miele e specialità tipiche della zona.

LA CHIESA DI GIOMICI 

Le prime notizie storiche sul Castello di Giomici risalgono al 1100. La storia della chiesa è strettamente legata alla storia della città di Gubbio da cui dipendeva il castello. In tempi remoti la chiesa parrocchiale di Giomici, sotto il titolo di San Marcello Papa, era esterna al Castello e situata nella località oggi denominata San Marcello. Da detta chiesa ne dipendeva un’altra denominata San Biagio. Queste due piccole chiese, a seguito di una donazione (1163) dell’Imperatore Federico Barbarossa, appartennero per lungo periodo ai monaci dell’Abbazia di San Donato in Pulpiano di Gubbio. Questa Abbazia, distrutta, era stata fondata verso l’VIII secolo da monaci Irlandesi.

Purtroppo le due chiese di San Marcello Papa e di San Biagio andarono in rovina e grazie alla munificenza dei Conti di Coccorano e di Giomici fu possibile edificare una nuova chiesa entro le mura del Castello, su un fondo degli stessi Conti e sul quale fu costruita anche una residenza per il curato.

Come è noto i Conti di Coccorano, nobili della città di Gubbio, possedevano 1/6 del territorio di Giomici. Successivamente il titolo di proprietà della chiesa passò alla Canonica di San Secondo di Gubbio.

La chiesa originale si sviluppava contigua alla cerchia delle antiche mura; l’accesso era però laterale, così come è oggi possibile evidenziare, all’interno del Castello. In tempi relativamente recenti l’aula della chiesa raggiunse l’attuale forma rettangolare e fu creata una facciata esterna in linea con il muro castellano, coronata da un piccolo campanile “a vela” con due campane; sulla nuova facciata fu aperta una nuova porta di accesso disposta verso valle.

Al Curato della chiesa era stato assegnato un podere denominato “Frullo” posto nelle vicinanze del castello; in tempi recenti questo podere è stato permutato con un altro podere posto in località San Marcello. Inoltre, a ragione dell’esistenza nella chiesa di un fonte battesimale, le famiglie della parrocchia versavano al Curato una elargizione annua a titolo di “quartesimo”. All’epoca avere nella propria chiesa un fonte battesimale costituiva un privilegio che bisognava pagare! Nel 1937 la facciata fu ristrutturata e fu costruito un nuovo campanile ove furono collocate 4 grandi campane; le vecchie furono trasferite nella chiesa della Barcaccia.

La chiesa è dedicata a San Michele Arcangelo; questo fatto è probabilmente legato alla tradizione longobarda di intitolare le chiese, collocate ai confini della Diocesi, all’Arcagelo guerriero protettore della fede cristiana; infatti Giomici si trova all’esterno confine del territorio eugubino e a fronte delle città di Assisi e Perugia, storicamente rivali di Gubbio. 

La chiesa conserva su due pareti interessanti frammenti di affreschi; almeno tre di questi affreschi (un’ annunciazione, un S.Michele Arcangelo ed un S.Sebastiano) sono attribuiti al noto pittore Matteo da Gualdo (1480ca.). Gli altri affreschi, oltre alla rappresentazione di un S.Atanasio in cattedra quale Santo protettore di Gnomici, sono esempi di pitture votive di artisti viandanti della scuola umbra. Non è ben chiaro il motivo per il quale gli affreschi furono scalpellati, in parte asportati e ricoperti con tinta a calce; probabilmente questo deprecabile intervento fu dovuto a false motivazioni igieniche in quanto, in epoche passate, si attribuiva alle pitture murarie la capacità di trattenere nelle crepe i germi delle più svariate malattie. Recentemente questi affreschi sono stati, per quanto possibile, restaurati.

Per oltre cento anni la chiesa è stata luogo di sepolture dei defunti della famiglia Vagni; questa consuetudine fu abolita nei primi dell’800 quando con la promulgazione dei codici napoleonici, venne fatto divieto di seppellire i defunti all’interno dei luoghi di culto; una piccola targa sulla parete sinistra in basso della chiesa ricorda questo fatto. Nella parete di destra, nella zona ove è collocata l’antica porta di accesso ad arco ogivale tutt’ora evidente, è collocata su un piccolo altare una “Madonna” copia di una nota opera del pittore eugubino Ottaviano Nelli. Nella parete di sinistra, recentemente, è stata collocata un’ ara sacrificale romana rinvenuta nella zona di Giomici.

  Ai lati dell’altare, in due nicchie, nel 1873 furono collocate due statue di gesso dedicate a San Giuseppe ed a Maria Immacolata; sotto le nicchie, su due eleganti cartigli, sono ricordati i nomi di coloro che dedicarono le edicole e precisamente: Enrico Vagni e Demetria Vagni Maiolica. Il soffitto è costituito da formelle lignee dipinte, appoggiate su un telaio. Nella parete ove è collocata la porta d’ingresso, circa ottanta anni fa è stato realizzato un coro ligneo a balcone. Per collocare adeguatamente questo coro fu necessario asportare la parte superiore di un affresco collocato sul lato sinistro della parete d’ingresso, raffigurante S.Michele Arcangelo; la parte recuperata e restaurata di questo affresco è ora visibile a destra dell’altare. Un antico fonte battesimale in legno è collocato alla destra dell’attuale ingresso. Sulla parete laterale della chiesa sono collocate quattordici tavole in ceramica di Gualdo Tadino, di buona fattura, rappresentanti le quattordici stazioni della Via Crucis, in sostituzione di antiche tele andate perdute.

La parte più interessante, sotto il profilo artistico, è però costituita da una cornice maiolicata in ceramica policroma collocata sopra l’altare, attribuita al famoso ceramista Antonio Biagioli, di Gualdo Tadino detto “il Monina”. Il solenne manufatto di stile barocco, unico nella sua dimensione (misura massima cm. 280x450), presumibilmente fu realizzato a cura della Confraternita del SS.Sacramento, riconosciuta dal Vescovo di Gubbio ed installatasi nella chiesa di Giomici nel 1601. Tutto ciò è spiegabile con il fatto che le antiche società laicali desideravano abbellire i propri luoghi di culto con importanti opere d’arte; pertanto la committenza di questa opera può essere benissimo attribuita alla predetta Confraternita.

L’idea di questa opera è molto colta, poco sacra e quasi pagana. La composizione è un autentico simbolo della fertilità della terra e della fecondità della vita. La libertà interpretativa è totale; si osserva la donna, sovrastata dalla croce al culmine superiore; l’immagine è simile ad una dea pagana. Molto interessante, sotto il profilo botanico, la presenza della frutta e degli ortaggi dell’epoca: limoni,pere,zucchine,cetrioli,uva,foglie ecc. Ottimo lo stato di conservazione se si esclude la perdita di un grappolo di frutta, in basso a destra, sostituito da una recente copia. Per concludere, l’opera è un’ eccezionale testimonianza di quanto di importante veniva realizzato nel Seicento dalle fabbriche di ceramica di Gualdo Tadino. La cornice maiolicata accoglie al suo interno una modesta tela del seicento, copia del S.Michele Arcangelo del Guido Reni, il cui originale è conservato nei Musei Vaticani a Roma.

 La nostra chiesa fino al 1897 è appartenuta alla Canonica di S.Secondo di Gubbio, quando il patronato fu devoluto al Vescovo di Gubbio. Circa 30 anni fa l’antico altare è stato sostituito con un altare ad ara di semplice fattura, secondo i canoni della riforma liturgica che prevede la posizione del Sacerdote rivolto verso l’assemblea dei partecipanti ai riti religiosi. La chiesa è regolarmente officiata dal Sacerdote Don Bruno Baldoni di Valfabbrica nei giorni festivi e nelle altre ricorrenze.

 

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Monteverde

MONTEVERDE    (m. 560 slm.) 

Si trova, nel sec. XII, in territorio civile ed ecclesiastico di Assisi ricordato da Innocenzo III, nel 1198 al vescovo Guido, col nome di Monte Aldone con cura di anime. Facilmente, il nome Aldone deriva dalla lingua longobarda con significato di <Monte degli Aldi>, cioè i servi, gli schiavi, forse quelli fatti dai longobardi per sopraffazione o essi stessi sopraffatti dai Franchi; forse luogo di prigione, di isolamento o di lavori forzati.  E il cambio in “ Monte Verde”, potrebbe essere richiamo, oltre che alla copertura del terreno con estesi querceti, anche richiamo alla vita libera, al periodo dell’affrancazione dei servi della gleba.
La sua balia ha 27 famiglie nel 1232; tra esse si nota un valoroso soldato, Mercede; Offreduccio e Favarone, parenti di Santa Chiara e discendenti facilmente dai Longobardi. Tra i suoi antichi abitanti si può annoverare, come gloria, due tra le prime compagne di S.Chiara nel Monastero di San Damiano; sono le sorelle Matilde ed Agnina figlie di Tommasino, signore di Monteverde. Nel 1266, il 23 maggio, gli uomini di Monte Aldone nominano un procuratore per acquistare il castello di Monteverde. I figli di Tommasino consentono la vendita, confermando tuttavia la giurisdizione di Assisi.. Perugia ed Assisi sono in lotta (1383) allorché Perugia dispone di truppe a Petrignano ,” per paura si diedero ai Perugini”, ma sarà la stessa Assisi a  sollecitare Monteverde  nel 1386, a fare buona guardia al castello. Nel 1730 Monteverde è ancora tra i castelli del contado di Assisi.
Monteverde, sulla collina destra del Chiascio,  a una ricchezza panoramica meravigliosa, ampia, su tutto l’orizzonte: dagli Appennini a Monte Tezio, dal Subasio ai Monti Martani. Dispone di molti casolari ben ristrutturati e la sua posizione geografica (mt.653 s.l.m) la rende meta di appetibile di soggiorni estivi.

 

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Casacastalda

Frammentarie ma ben documentate notizie, raccolte dallo studioso Dr. Gaetano Bensi nel suo volume storico "Il Castello di Casacastalda e la sua Pieve", fanno risalire l'origine di questo paese al popolo degli Umbri, intorno al 1000 a.C.. E' invece accertato che nel 763 d.C., sulle rovine di questo originario insediamento, Ernesto Castaldo, un Longobardo al seguito di Totila, costruì un Castello ( da qui il nome "Casa del Castaldo" ).
Alterne vicende videro coinvolto questo appetibile centro, posto in posizione dominante, a cavallo fra la Val di Rasina a nord e la valle del Chiascio a sud, nelle lotte fra i vari ducati e gastaldati del periodo longobardo. Successivamente sotto Federico Barbarossa passo' alle dipendenze del Monastero di S. Maria di Valfabbrica, per essere poi occupato dai Conti Suppolino e Rinaldo di Monaldo, quindi dai Conti Serra Brunamonti, poi dai Suppolini di Gubbio, il cui erede Guido Monaldo di Suppolino, nel 1257 d.C., lo cedette al Comune di Perugia e quindi sottoposto al diretto dominio del Papa. Trovandosi al confine tra la guelfa Perugia e le ghibelline Gubbio ed Assisi, conobbe negli anni successivi un periodo di lotte spietate e di saccheggi, fino alla completa distruzione e alla sua ricostruzione, voluta da Perugia nel 1433, entro limiti piu' ristretti, nella sua attuale forma "a diamante" , con diametro maggiore di circa 100mt., munito di forme di difesa tra cui tre torrioni di sicurezza che costituiscono anche le tre porte del Castello: Porta Perugina a sud, Porta del Giglio a nord e Porta Eugubina ad ovest.

Nel 1500 Cesare Borgia ( il Valentino), avanzando nella lotta contro Perugia, occupò Casacastalda, che successivamente cedette alle truppe del Duca di Orvieto. Il Castello diventoò così un passaggio obbligato di confine fra i ducati e quindi posto di gabella per chi intendeva entrare verso Perugia. Con lo Statuto del 1528 Perugia modificò l'ordinamento dei castelli e delle ville ed "il Castello" divenne Comune. Un timbro metallico del 1590 del Comune di Casacastalda, con lo stemma di due torri merlate sovrapposte sulle quali è posto il Grifo di Perugia, è ancora conservato presso il Municipio di Valfabbrica.
Sconfitto il governo pontificio per opera delle truppe francesi nel 1798, il Comune di Casacastalda entrò nella Repubblica Romana, cantone di Gualdo Tadino, dipendente da Perugia e con dominio su Pieve di Compresseto, Poggio S. Ercolano, Poggio S. Dionisio e Collemincio. Nel 1814, caduto Napoleone, Casacastalda non sarà più Comune ma, sotto le dirette dipendenze di Perugia, assegnata definitivamente a Valfabbrica, del cui territorio comunale costituisce tuttora parte integrante.

   

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Montevillano

Troviamo per la prima volta il nome di “Villano” nel 1219. Si parla di un certo Villano che ha la sua <curtis> con un castello.Forse detto Signore, è derivato e si è tramandato, il nome di <Montevillano>, il monte cioè posseduto da Villano. Dal libro del Bensi che riprende una notizia sulla storia di Perugina si sa che Montevillano, per molti anni, dal 1319 al 1370 è rimasto sotto Perugina.

Nel 1828 il Conte Giovanni Fiume possiede in questo luogo una chiesetta intitolata a San Francesco, oltre una vasta proprietà di circa 1000 ettari di terreno che da Montevillano si estendevano a Pieve san Nicolò e a Sterpeto.

In seguito, la chiesetta, viene intitolata a S.Antonio da Padova dove ogni anno si festeggia il Santo protettore.

La posizione in cui si trova fa godere l’ampiezza del panorama fino a quota 583 s.lm. da qui si vede Perugia e i vari centri abitati di Valfabbrica e tutto il suo territorio, i Poggi e Giomici, Montecorno e Cucco, Monte Ingino con S.Ubaldo e parte del Subasio.

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Frecco

 

Il Castello di Frecco è stato costruito attorno all’anno 996 d.c. assieme a quelli  di Collemincio e Compresseto, come baluardo della città di  TADINUM, che era stata messa  a ferro e fuoco da OTTONE III, a causa del  rifiuto di assoggettarsi  ai Conti di Nocera che militavano sotto le insegne dell’Imperatore germanico. Un passaggio importante della storia di questo castello risale al 1256;  il comune di Gubbio voleva impadronirsene, ed il proprietario Giovannuccio di Bartolo,  assieme a Tommaso Monaldo  ( del Castello  di Compresseto), chiese aiuto a Perugia, allora in rotta con Gubbio.  In cambio di protezione i due feudatari si impegnarono a mantenere le strutture, le giurisdizioni e gli abitanti sotto il comune di Perugia. Da quell’anno i due castelli furono sempre validamente difesi e favoriti, in virtù della  posizione strategica di baluardo orientale della provincia di Perugia , ed esentati da dazi e tributi per i meriti e la fedeltà dei loro abitanti.

CHIESA DI S.ANNA

La Chiesa di S.ANNA venne costruita nel 1470 dalla famiglia Olivieri di Nocera, all’epoca proprietaria del territorio di Frecco, a ridosso  dell’omonimo Castello.

Nonostante le ricche rendite di cui disponeva e l’importanza di cui godeva, agli inizi del 1900 cadde completamente in disuso; nel 1941 la famiglia del Comm. Freddi acquistò i terreni di Frecco e diede opera alla ricostruzione della Chiesa ( di nuovo abbattuta dall’ultimo terremoto) ed al recupero del culto di Sant’Anna, ancora oggi molto sentito, tanto da dar luogo il 26 luglio di ogni anno a messe e processioni in suo onore.

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Sanbuco

 

Si pensa che il suo nome deriva dall’essere posto dentro una valle non ampia,  magari tra le piante di sambuco, ma sempre località ristretta, magari adatta per eremitaggio, un “buco” obbligante per farsi santi. Sambuco, detto anche Sambùcoli o Villa di Sambuco.Sambuco è costituita da due proprietà: Giappchini Giammaria del fu Giacomo e Giappichini Rosanna del fu Luigi. Qualche segno di antichità lo si scorge sugli stipiti delle finestre della vecchia casa di Giappichini, e in un pezzo di muro del forno. A sud-ovest, a monte della casa di Rosanna, si scorge una torre che dovrebbe essere stata <torre di avvistamento> ha una porta verso nord, ma la sua testa ci parrebbe decapitata di almeno due-tre metri; forse del sec. XV.

La chiesetta, che misura mt. 12x5, è posta a metà tra le abitazioni dei Sigg. proprietari; danneggiata dal terremoto del 1971 . Nel 1975 i cugini  Giappichini  hanno amato ristrutturare la Chiesa. Gli stipiti e la finestra centrale, sono originali. L’architrave, dell’epoca stessa degli stipiti, (del 1750) reca questa scritta: <Hoc Templum / B.V.M et Divio Marco / (De S.bu) Dicatum / A.D.1750>, cioè il tempio è dedicato alla Madonna ed a S.Marco di Sambuco.

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Poggio San Dionisio

 

POGGIO    S.    DIONISIO     (m. 508 slm.)

Il nome più ufficiale, di Poggio s.Dionisio o Dionigio, deriva dal fatto che la chiesa parrocchiale è dedicato al Santo Areopagita. Nel medioevo ha spesso avuto il nome di Poggio del Priore in conseguenza del suo appartenere al priorato benedettino di Valfabbrica, ma nella stessa epoca era anche chiamato Poggio dei Porcelli, per il fatto che i Benedettini vi tenevano grandi allevamenti di maiali.Poggio S.Dionisio è stato anche detto, e lo è tuttora Poggio di Valfabbrica appartenuto fino 1929 al Comune di Assisi.
Nel 1500, in un documento del Comune di Assisi si legge :<Comunitas Peroscia occupatum tenet castrum Podii inferrioris et eius territorio> cioè Perugia tiene sotto la propria giurisdizione il castello e territorio di Poggio Inferiore. Ne è reso edotto Raimondo Burgense, legato del Papa per il Governo dell’Umbria, affinché ne faccia parola con Alessandro XV, ma nulla si conclude fino a Clemente X, nel 1672-73.
E’ solo con l’unificazione d’Italia che anche il Poggio Morico è passato al Comune di Valfabbrica. Dal capoluogo dista 2Km, sorge a mt.508 s.l.m.; esposto ad ogni vento, con apertura di orizzonte, ma molto omogeneo su colline e monti.Tra i luoghi che ben rimangono in panorama: Monte Catria, Monte Pennino, Monte Ingino e le frazioni dei Comuni di Gubbio, di Perugina e Assisi.
Tuttora il centro presenta segni evidenti di fortificazioni nelle mura di cinta e nella torre civiva. La tradizione e la storia vogliono che sia stato abitato dalla Famiglia Baglioni di Perugia.Oggi il borgo si offre come amena località di soggiorno ed agriturismo.

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San Donato

 

SAN   DONATO   DE   S.   DONATO (m .545 slm.)

Federico Barbarossa, nel dicembre 1177, conferma che oltre la Badia di Valfabbrica dipende tra l’altro anche la corte di S.Donato con tutte le dipendenze ed esige che S.Donato sia restituito dai Luppolini di Casacastalda che lo tenevano abusivamente.
S.Donato reca probabilmente questo nome perché la Chiesa del sec. XI, detta “chiesola”, in cima al colle, è stata dedicata al Santo, vescovo e martire posteriormente al piccolo monastero e alla sua corte. La chiesa si presente come vecchia costruzione, con area davanti, piccola abside, con una superficie  mt. 8x5. Sopra la porta un piccolo campanile con due campane, dono della Pro Civitae Christiana di Assisi. Vi si recano a Messa, processione e benedizione alla campagna i fedeli nel giorno dell’Ascensione. Le locali proprietà, furono, nel secolo scorso, forse dopo la soppressione dei beni ecclesiastici, della Famiglia Ascani di Porziano, ma, in precedenza, erano appartenuti alla Famiglia Calisti che fu costretta, pare per malandati affari ad emigrare in Puglia; altro proprietario fu certo Ferrante Emilio.

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Poggio Morico

 

POGGIO    MORICO    (m. 620 slm.)

Il nome di Morico lo troviamo già nel 1066, quale figlio di Guido, e che fa da testimonio in una donazione fatta da certo Goffredo di Aldebrando alla badia di Campolongo. Il nome del castello, inizialmente, è stato <Poggio dei figli di Morico> e potrebbe darsi che un suo lontano nipote sia quel cittadino assisano, che aveva l’abitazione lungo la strada di S.Giacomo in Assisi, e che fosse anche console della città nel 1212. Figli di Morico sono: Boninsegna,Bernardo, Offreduccio.  Altro Offreduccio col fratello Monaldo ed il padre Boninsegna sono, nel 1233, cavalieri cittadini. Sembra che i castelli di Poggio Morico e Monte Luciano, dei quali restano buone vestigia, fossero stati distrutti dal vicino bellicoso Signore di Casacastalda, Monaldo, in contrasto coi figli di Morico, proprietari dei due castelli.

Il Poggio dei figli di Morico è sempre stato fedele ad Assisi, ed Assisi lo ha difeso come, ad esempio, nel 1380, allorché rinforzò il Castello per mezzo di Bartoletto di Techia di Assisi per paura di Carlo Durazzo, stanziato a Torchiagina al servizio di Perugia. Tra i castelli più danneggiati nel 1497 da parte dei Baglioni, contro Assisi, si trova il nostro Poggio, che è restato nella giurisdizione comunale di Assisi fino al 1929, anno in cui è entrato a far parte del territorio di Valfabbrica.

L’altitudine di Poggio Morico (m.620 s.lm)  gode di un ampio orizzonte fino a vedere un bel tratto di Appennini e gran parte del valfabbrichese e zone assisane e perugine. Per la  sua  posizione è meta di  turisti

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