Storia di Valfabbrica

Le origini del castello di Valfabbrica sono strettamente legate alle vicende del Monastero Benedettino di S.Maria in “Vado Fabrice”, uno dei piu’ antichi e importanti cenobi dell’ Umbria.
Non si conosce con assoluta certezza la data di fondazione del cenobio. Ma, secondo la tradizione, esso già esisteva nell’anno 820, data in cui risale un privilegio dell’imperatore Ludovico il Pio, con il quale si concedeva protezione alla Badia di Vafabbrica.  L’Abbazia era stata fondata dai monaci in un sito di notevole importanza strategica, a ridosso del fiume Chiascio sul guado della via che collegava Assisi a Gubbio, strada piu’ volte percorsa da San Francesco.
La ricchezza dell’Abbazia e i legami con la vicina citta’ di Assisi sono testimoniate da un documento del marzo 1101, conservato presso l’Archivio della cattredale di Assisi, nel quale il monaco Andrea concesse al priore della chiesa di San Rufino Leto un terreno in enfiteusi sito nel comitato assisano.
Nel 1202 i monaci di Valfabbrica si schierarono a fianco della guelfa Assisi nella battaglia di Collestrada persa contro la rivale Perugia. Col rientro dei ghibellini ad Assisi, nel 1205 il priore Raniero giuro’ nella piazza di S. Rufino l’atto di sottomissione del castello. Il successore di Rainero, Ugo tento’ di sottomettere all’Abbazia i confinanti castelli dei feudatari perugini, incorrendo nella ritorsione da parte di Perugia che rase al suolo Valfabbrica nel 1209.
Con la successiva decadenza, l’Abbazia benedettina si sottomise alla regola di Nonantola. Nel 1497 gli abitanti di Valfabbrica chiesero la protezione del Duca di Montafeltro, Guidobaldo I, Signore anche della vicina Gubbio, e salvo un brevissimo ritorno sotto il dominio di Assisi ( 1515-1521 ), Valfabbrica appartenne ai domini del Ducato di Urbino fino al 1632, quando fu annessa allo Stato della Chiesa. Al tempo della Signoria di Guidobaldo II (1538-1574 ), furono rinnovati gli Statuti trecenteschi, dei quali esiste una copia manoscritta nell’Archivio Storico Comunale.
Nello Statuto compaiono generiche formule di fedeltà contenute nei giuramenti prestati dai principali Magistrati – il Capitano e i Masssari – ma non traspare alcuna ingerenza nella loro elezione da parte dei Duchi di Urbino. Vi compaiono invece riferimenti alla Costitutiones albornoziale del XIV sec. per la riorganizzazione dello stato della chiesa, dopo l’esilio avignonese.

Il territorio della preistoria

La zona fu intensamente popolata nel periodo della preistoria. Molti sono i reperti dell’età della pietra rinvenuti a Gubbio, come armi e utensili. A Gualdo Tadino furono rinvenuti dischi, lamine d’oro, scalpelli, coltelli e fibule, aghi di lavoro dell’età finale del bronzo.

Certamente la zona, ricca di acqua e di vegetazione, era favorevole ad insediamenti di popolazioni dedite alla caccia ed all’agricoltura. L’agricoltura si sviluppò in Umbria nell’età del bronzo, e pare addirittura che furono gli Umbri ad introdurre, nell’età del bronzo, l’uso dei carri, sfruttando la ruota, che fu una delle più importanti invenzioni della storia.

Il territorio prima di Roma

Del territorio prima della dominazione romana ancora poco si sa; si suppone che sia stato occupato dagli Umbri, anche se gli Etruschi con colonie di Perugia oltrepassarono il Tevere con tre teste di ponte con le città di Bettona, di Urbino e Todi, nonché con le colonie dell’Arna.

Vicino al nostro territorio sorge infatti Civitella d’Arna, un piccolo centro etrusco che trae il suo nome, insieme a Castel d’Arno e a Lidarno, da un piccolo corso d’acqua che nasce a Monteverde, nel territorio di Valfabbrica; dunque la presenza etrusca si spinse fin nel territorio di Valfabbrica; fin dove giunse non è ancora noto, ma la considerazione che non sia stato il fiume Tevere a delimitare l’area di influenza degli Etruschi ci fa supporre che il confine sia stato una linea non perfettamente marcata che comprendeva una zona “franca”, fino alla catena dell’Appennino; del resto un fiume ha sempre costruito fin dall’antichità la massima fonte di ricchezza e di vita, piuttosto che un vincolo, e gli Etruschi, a sostegno della propria economia, certamente hanno utilizzato, su entrambe le sponde, il fiume Tevere, così come il fiume Chiascio, allora come ora facilmente oltrepassabili; il fatto che ad est di tali fiumi non abbiano costruito città imponenti, oltre agli insediamenti sopra citati, deriva dal fatto che tale fascia, periferica rispetto al resto del territorio etrusco, era considerata più atta ad accogliere piccoli insediamenti di contadini, che in caso di pericolo potevano anche ritirarsi nei vicini centri organizzati per la difesa. Le tracce storiche lasciate dall’attività dell’uomo in questo territorio vanno ricercate sotto terra, ed in particolare nel “Monte della Dea”, dove sono state rinvenute numerose tombe, pare anche munite di importanti corredi funebri come testimoniano racconti di contadini che hanno lavorato questa porzione di terra, nella quale catastalmente si trova un campo denominato “il campo del Tesoro”.

E’ dunque facile ritenere come tutta la zona fosse sotto l’influenza etrusca, così come lasciano supporre le Tavole Eugubine, le nove importantissime tavole in bronzo di cui sette sono conservate nel Palazzo dei Consoli di Gubbio.

Le tavole sono incise in caratteri etruschi, lettura retrograda, dalla prima alla quinta, e in caratteri latini e lingua umbra nelle facciate seguenti. La loro redazione deriva da un esemplare che si fa risalire al IV secolo a.C., quando Gubbio era città stato. Esse furono incise quando l’Umbria passò dai caratteri etruschi a quelli latini, tra il 300 e l’89 a.C.

Nell’avanzata romana verso l’Umbria nel 295 a.C. Gubbio fu a favore dei Romani, e lo fu anche durante la calata di Annibale; singolare, come citato nelle Tavole Eugubine, la rivalità con la vicina Gualdo Tadino, che le vedeva contrapposte: nelle Tavole Eugubine ricorrono le parole Tarsinater e Tarsinate, contro i quali fare scongiuro.

Anche la guerra civile tra Cesare e Pompeo vede Gubbio parteggiare per Cesare e Gualdo Tadino per Pompeo: questo portò Roma a gratificare Gubbio con l’erezione di un teatro (I secolo d.C.) di cui restano suggestive vestigia nonostante la distruzione subita nel 722 ad opera dei Longobardi; Gualdo Tadino invece dovette subire la rappresaglia delle legioni di Cesare nel 49-48 a.C.

Durante la repubblica romana e l’impero, l’agricoltura fu tenuta in molto onore. I contadini in genere pagavano solo tributi vicinali, cioè del villaggio. Patrizi e cavalieri romani, soprattutto vecchi soldati, si dilettavano a ritirarsi spesso nei campi, lontano dalla politica, per ritemprarsi dalle fatiche della guerra. Si costruivano aziende agricole che assunsero il nome del padrone, nelle quali era possibile trovarvi anche degli schiavi.

Il declinare dell’impero segnò anche la fine dell’agricoltura: l’ozio cittadino spopolò la campagna. Leggi durissime vennero emanate da Costantino per legare i contadini alla terra. Ebbero così origine i servi della gleba, durati per secoli, fino ai Comuni, quando i campi passarono di proprietà di chi li coltivava.

La storia moderna di questo territorio si può dire che parta dal 222 a.C., data nella quale il censore Flaminio Caio Nepote, futuro console, aveva dato inizio alla costruzione della grande strada di collegamento tra Roma ed il Nord, che dal nome dello stesso prese il nome di Flaminia.  Il nome del console Flaminio è legato alla disastrosa battaglia del Trasimeno; nel 217 a.C. il console fu inviato a difendere l’Umbria e l’Etruria dall’attacco di Annibale: in questa occasione cadde, con 15.000 soldati, in un agguato, teso dallo stesso Annibale, nei pressi di Tuoro.

La strada fu ultimata nel 220 a.C. dallo stesso Flaminio. Per la sua realizzazione si riunirono materialmente tratti di strade già esistenti, provvedendo alla selciatura nei punti più cedibili del terreno. La Flaminia fu di somma importanza per gli spostamenti militari dell’impero romano verso nord, e lungo il suo percorso vi erano centri di commercio e di sosta. Questa strada consolare fu anche di  grande vantaggio per la regione che attraversava, e fu talmente ambita dai barbari che la coinvolsero in continue guerriglie, tanto da far esclamare papa Gelasio, nel 492: la valle spoletina è spopolata e rinselvatichita. I Goti, i Bizantini e i Longobardi la punteggiarono di torri e di fortezze.

Nella scelta del Tracciato, il console Flaminio tenne conto dei tronchi di strada esistenti, ma cercò anche dei terreni nelle vicinanze delle città più fedeli a Roma; a partire dal 295 a.C., data dell’avanzata romana verso l’Umbria, le maggiori città alleate di Roma erano Gubbio e Camerino; l’altro tracciato, allora possibile, quello della via Amerina, già in gran parte esistente (da Todi-Perugia-Gubbio-Scheggia), pur essendo probabilmente meno costoso a quel tempo, era certamente considerato meno sicuro, perché prossimo a quella Perugia che era ancora memore della sconfitta del Sentino (296 a.C.).

Il corridoio bizantino

A Tabula Pentigeriana descrive l’itinerario Castello Amerino – Tuder – Vetona- Perusia e completato a nord con l’anonimo Ravennate (attraverso Eugubio – Luciolis – Callis – Intercissa- Foro Sempronii), che rappresenta l’antico tracciato della Via Amerina.

L’imperatore Augusto divise l’Italia in 11 regioni; Perugia faceva parte dell’Etruria, ovvero della VI Regione Augusta. Con Diocleziano, al tramanto dell’Impero Romano d’Occidente, la Tuscia e l’Umbria costituivano una stessa provincia, anche se mantenevano una distinta fisionomia; l’Umbria era un punto di congiunzione importante tra Roma e Ravenna (dove nel 402 Onorio aveva portato da Milano la corte imperiale).

Le città di Roma e Ravenna furono sedi vescovili dalla prima metà del IV secolo, a testimonianza della diffusione del Cristianesimo; infatti; le arterie principali erano la Via Flaminia e la Via Amerina. Il V e il VI secolo sono per questo territorio durissimi; basti pensare al passaggio dei Visigoti di Alarico (409). Dopo la fine dell’impero di occidente (476) Odoacre mantenne nei territori italici,  ridotti nelle condizioni di province bizantine, le leggi e le istituzioni romane. Alla fine del V secolo anche l’Italia era diventata sede di un regno germanico, con gli Ostrogoti, inviati dall’imperatore d’oriente Zenone contro Odoacre.

Gli eventi storici si verificano con una logicità dettata da un susseguirsi di cause-effetto, concatenate fra loro: Roma decade ma la “nuova filosofia” che essa ha diffuso, quella del Cristianesimo, ha ormai attecchito ed unisce in modo indelebile una serie di popoli: se il focolaio bizantino rappresenta la nuova potenza, esso per sostenersi deve rimanere collegato alla “casa madre” che non può lasciar morire; nasce così il Corridoio Bizantino, che per essere protetto deve essere difeso nei contorni periferici (e quindi nascono una miriade di fortificazioni, tutte a vista l’una dall’altra e costituite da torri di guardia, castelli, abbazie): è molto probabile che Giomici, cittadella del territorio di Valfabbrica, sia stata una torre di guardia bizantina, mentre Valfabbrica, Gualdo Tadino e Assisi erano in territorio gotico prima, e longobardo dopo.

Durante la dominazione gotica l’amministrazione civile rimase romana e laddove l’amministrazione municipale era cessata, rimaneva invece quella ecclesiastica, in quanto i Vescovi conservarono gli stessi poteri civili: la vita civile rimane romana, quella militare diventa gotica; Teodorico era capo dei Goti e dei Romani, in un quadro generale di armonia romano-gotico; una parte del gettito fiscale spettante all’amministrazione romana serviva dunque per mantenere l’esercito gotico.
Città fortificate con presidi militari furono Perugia, Spoleto, Todi, Orvieto. Con Teodorico l’Umbria ebbe una discreta tranquillità (bonifica delle paludi spoletine, restauro delle mura spoletine, etc.). Alla morte di Teodorico (526) inizia la guerra greco-gotica: nel 539 dominarono i Bizantini, poi ci fu la controffensiva gotica, con Totila, il quale fu crudele con le città che avevano ceduto ai Bizantini (Sisifrido, capo del presidio di Assisi, tentò di resistere ma con la morte dovette arrendersi). Nel 558 Totila conquistò Perugia, mandando a morte il vescovo Ercolano, e trattando duramente la città. Fino al 553 l’Umbria fu sottomessa ai Goti, cioè fin quando Narsete partì alla controffensiva e sconfisse i Goti a Tagina (Gualdo Tadino),riportando in Umbria il dominio Bizantino. Con i Goti il potere dei Vescovi non era solo religioso: infatti essi godevano anche di una certa immunità civile. Vennero reintegrari i latifondisti nelle loro proprietà; le città continuarono ad essere amministrate dalla curia, con il “curator” nominato dall’imperatore. Le città si trasformarono in centri fortificati, fornendo rifugio alle popolazioni del circondario.
Nel 568 arrivarono i Longobardi (con Alboino) e trovarono un terreno facile, in quanto le città non erano collegate da un potere centrale, con un esercito centralizzato; molte città si allearono con i Longobardi, rinnegando la fedeltà al potere bizantino.

Alla fine del VI secolo si ebbe la stabilità; l’esarcato bizantino, che coesisteva con l’insediamento stabile longobardo: quest’ultimo aveva rotto l’unità giuridico-amministrativa della Tuscia e Umbria, e già dal VII secolo il Ducato di Spoleto non era più Tuscia. Il corridoio Bizantino era stretto dalla morsa longobarda; ciò indusse i Bizantini a fortificare i confini del territorio ad est, lungo la linea che da Tadino scendeva lungo il Chiascio e i Monti Martani, fino a Terni. La pressione longobarda portava a continue lotte: nel 592 Ariulfo conquistò Perugia e le città della Via Amerina; nel 593 l’esarca romano liberò tali città, ma alla fine dello stesso anno Agilulfo riconquistò Perugia, catturò il duca Maurizione e lo fece giustiziare; nel 559 Gregorio Magno asserì, in una lettera, che la Via Amerina era stata liberata, con una tregua firmata nel 598, rinnovata nel 601 e nel 603.
Ducato bizantino di Perugia e ducato longobardo di Spoleto:

Si inizia a parlare del Ducato di Perugia nel 737 ma certamente esisteva da prima. La Via Amerina rimase nel tratto Todi-Perugia sempre libera consentendo di unire i territori longobardi meridionali (Spoleto e Benevento) con la parte a nord che aveva capitale a Pavia; da Todi la Via Amerina seguiva i due tracciati, quello di valle (da Marsciano sulla sponda destra del Tevere) e quello di monte (da Marsciano verso Cerqueto, S. Valentino, …), tracciati che erano chiaramente protetti dall’offensiva dei Longobardi, grazie al Tevere.  Attiva rimase l’attività dei vescovi spoletini durante il ducato longobardo. Con Liutprando, eletto nel 712, i Longobardi si convertirono al cattolicesimo, ed i Vescovi assunsero anche una veste giudiziaria.

Nel 680-681 tra Bizantini e Longobardi si concluse una pace importante, definitiva, che diede inizio al processo di incorporazione della Chiesa nel regno longobardo.

Nel 721-724 i Longobardi del Ducato di Spoleto conquistarono Narni, Otricoli (ma non Perugia, e senza interrompere il corridoio bizantino) e la Via Amerina, invadendo quindi il nostro territorio.

Nel 748 Rachi (successore di Liutprando) assediò Perugia, salvata da papa Zaccaria. Astolfo riprese le ostilità e nel 754 il papa Stefano II fu costretto a rivolgersi ai Franchi (Pipino): dopo tale accordo Pipino sconfisse Astolfo e riconsegnò al Papa i territori promessi (tra cui Gubbio); con la donazione di Pipino nel 756 nasce il territorio dello stato pontificio, ovvero il potere temporale dei papi, che mantenne la sua influenza sul nostro territorio. A Valfabbrica giunsero i Benedettini, che fondarono l’Abbazia di S. Maria, bonificando anche i terreni di fondo valle;con la bonifica dei terreni, provvidero anche a quella delle anime. Regolarono il corso del fiume con poderose dighe, e prosciugarono i fontanazzi della valle, fino alla pianura (1100-1130: priore era Saluccio, da cui la zona purificata si chiamò: Piano di Saluccio). Così il monastero divenne ricco e si trovò di fronte i piccoli feudatari del posto, specialmente i conti di Casacastalda e Giomici, che rivendicavano diritti su quelle terre e perciò presero a compiere cavalcate nello stesso monastero. Federico I pose il monastero sotto la propria protezione (1177), per difenderlo dalle usurpazioni dei conti Suppolini di Giomici: Eclesia de Vallefabrica in comitatu Asisii. Questa zona si ritenne sempre unita ad Assisi. Si rese così necessaria l’erezione di un castello a difesa, anche degli abitanti. La data di tale costruzione è controversa. I nomi antichi di quel posto (guado-monastero-castello) sono Vallis Fabrice, Vallem Fabbrican, Vallisfabricae. Il primo documento riferito alla località è un diploma di Lodovico il Pio, che da Acquisgrana (820) riconobbe l’autonomia dell’abbazia e del castello in vado Fabricae.

Con i Franchi ebbe inizio l’epoca feudale, che segnò la fine del sacro romano impero; l’Italia fu suddivisa in statarelli, in preda all’anarchia; il nostro territorio fece parte dello stato della Chiesa, fin dopo il 951, quando tornarono i Germani con Berengario II che venne incoronato re d’Italia; sia lui che il successore, Ottone I, (che fu incoronato a Roma nel 961) riconobbero i possessi del pontefice. Con Ottone I i vescovi-conti dipendevano direttamente dall’impero, e ciò avvenne fino al 1059 quando il Papa Nicolò II fissò l’elezione del papa da parte dei cardinali; la guerra per le investiture dei Vescovi-conti tra Papa e Imperatore durò però fino al 1122, con il trattato di Worms, che diede prestigio alla Chiesa, e segnò anche l’inizio delle Crociate.

Nascono i comuni, attorno ai “boni homines” cittadini, che ottennero personalità giuridica nel 1183 con la pace di Costanza, scegliendo l’autorità del papa (Guelfi) o dell’imperatore (Ghibellini); nella guerra fra Perugia ed Assisi (1202), parteciparono anche monaci e castellani di Valfabbrica. Come è noto la battaglia fu disastrosa per Assisi (cadde prigioniero pure il giovane Francesco). Avendo parteggiato alcuni di Valfabbrica per Perugia, Assisi si rifece della sconfitta con estrema durezza e impose agli abitanti di Valfabbrica condizioni dure di soggezione. Nel 1205 Valfabbrica fu distrutta dai perugini: Perugia volle la sottomissione incondizionata di Valfabbrica, sottoscritta dal priore Ugo del monastero. Distrutto il castello dai perugini, gli abitanti si rifugiarono nel monastero. Ma il castello fu presto rifatto, nonostante la sottoscrizione del priore Ugo e fu sottoposto all’autorità di Assisi (1206).
Nel 1183 Gubbio sottoscrisse l’atto di sottomissione a Perugia guelfa;, nel 1211 Gubbio si rivolse all’imperatore Ottone IV che cancellò l’atto di sottomissione di Gubbio a Perugia; Giomici era alleata di Gubbio e nel 1216 non accettò di sottomettersi a Perugia, a differenza di Coccorano e di Serra Brunamonti. Nel 1230, con la pace di S. Gennaro, Gubbio tornò sotto la Chiesa, e così Giomici, e nel 1237 tornò ad allearsi con Perugia.

Nel 1240 l’imperatore Federico II conquistò il ducato di Spoleto e Gubbio tornò sotto l’imperatore; ricominciò così la tensione con Perugia; nel 1258 i castelli a sud di Gubbio, Coccorano, Biscina, Petroia, ma non Giomici, si assoggettarono a Perugia, e Gubbio li cedette con il lodo del 1259; nel 1261 Gubbio tornò alla santa sede.
Nella nuova guerra tra Perugia ed Assisi (1319), condotta per Perugia da Cante Gabrielli attorno a Bastia, data l’energica difesa di questo castello, furono saccheggiati i paesi vicini, tra cui Valfabbrica, San Gregorio e Torranca. L’anno dopo, avendo Assisi dato asilo ai ghibellini, Valfabbrica si sottopose a Perugia.
Nel 1444 Nicolò Piccinino tentò, per conto di Eugenio IV, di riprendere Assisi, occupata dallo Sforza. I perugini del Piccinino si accostarono a Valfabbrica, ma il castello chiuse loro le porte in faccia. Il contado fu messo a sacco dal Pazzaglia. Intanto i monaci avevano abbandonato il monastero di Valfabbrica e gli abitanti si sentivano meno difesi, tra gli appetiti di Perugia e del duca di Urbino, signore di Gubbio. Per questo la comunità fece richiesta al consiglio generale di Assisi, che provvedesse a fortificare il castello: così i tributi di alcuni anni passarono per l’esecuzione di opere di difesa. Tra i due nemici, i più minacciosi erano i Baglioni di Perugia, per cui Valfabbrica alla fine chiese protezione al duca Guidobaldo I di Urbino (1497). Valfabbrica costituì una specie di zona franca fra Perugia, Assisi e il ducato di Urbino.

Nel 1514, Leone X insistette affinché il duca di Urbino restituisse Valfabbrica ad Assisi; ciò avvenne l’anno dopo. Un solenne corteo di nobili e di magistrati assisani, a piedi e a cavallo, il 29 maggio 1516, fecero solenne ingresso in Valfabbrica, dove ci furono festose cerimonie, tra bandiere azzurre, delle quali una fu regalata al castello. Per questa operazione, Assisi pagò al papa 200 fiorini. Assisi da allora vi mandò vicari, che governavano il castello in suo nome. Morto Leone X, nel 1521, Francesco Maria di Urbino, invase le terre della Chiesa e Valfabbrica fu unita al ducato di Urbino per un secolo. Valfabbrica ebbe gli Statuti comunali in questo periodo.
Gravi danni subì nel 1538 e 1539 dalle milizie di Paolo III, quando vi sostarono in 10.000 e distrussero ogni cosa, come ad Assisi. Seguì una tremenda carestia. Dal 1586 fu fondato un piccolo ospedale dei pellegrini o di S. Antonio, e un Monte frumentario.

Nel 1591 don Bernardino Rosati, lasciò tutti i suoi averi per l’istituzione di una scuola pubblica. Nel 1624 cessò la dominazione dei duchi di Urbino, ma il ducato venne governato da un vescovo inviato dalla Santa Sede e ciò durerà fino al 1631. Poi il ducato passò direttamente allo Stato della Chiesa. Per cui Valfabbrica fece parte della delegazione apostolica di Pesaro e Urbino fino al 1815: Valfabbrica, nel territorio di Gubbio, legazione di Pesaro. Nel 1815 fu unita alla legazione di Perugia.
Fu comune retto da priori, con a capo un gonfaloniere, nei primi dell’ottocento. Dopo il 1815 ebbe come comune appodiato, la comunità di Casa Castalda, poi soppressa nel 1860. Nel 1929 furono unite a Valfabbrica le frazioni di Coccorano, Poggiomorico e Giomici, già del comune di Gubbio. Il suo territorio comprendeva anche le frazioni di Monteverde e Collemincio. I confini esatti tra il comune di Valfabbrica e quello di Assisi furono segnati l’8 aprile 1728.

Centro agricolo-commerciale-artigiano, si presenta oggi con le due torri medioevali, a merli guelfi, ed edifici pubblici recentissimi. Il sigillo del comune è un ovale con freccia perpendicolare (San Sebastiano) e due mani, che si stringono (Assisi-Valfabbrica).

Tutto il resto è storia nota.

In questa terra che è stata sempre terra di confine e di lotta, che è stata oggetto nei secoli passati sempre di guerre e distruzioni, di conflitti tra Umbri ed Etruschi, tra Goti e Romani, tra Longobardi e Bizantini, tra Guelfi e Ghibellini, la religione è stata sempre l’elemento unificante: gli Umbri insieme agli Etruschi adoravano le stesse divinità, e poi il messaggio cristiano ha attecchito in modo tale da scegliere questi siti come strade di diffusione nel resto dell’Europa; Goti, Longobardi, Franchi, chiunque governava con le armi questi luoghi, è stato folgorato da questo messaggio che è stato interpretato in vari modi, spesso anche errati: il fraticello di Assisi, nella sua umiltà e semplicità, ne ha colto e vivificato gli aspetti più autentici, ed i suoi canti e le sue lodi sono giunti fino a noi.

 

Chiesa San Sebastiano

torre di Valfabbrica